Latino: Consolatio ad Marciam [19,3-6)

Consolatio ad Marciam [19,3-6)



[19,3] Quid igitur te, Marcia, movet? utrum quod filius tuus decessit, an quod non diu vixit?


Si quod decessit, semper debuisti dolere: semper enim scisti moriturum.
Che cosa dunque ti addolora, Marcia? Il fatto che tuo figlio è morto o il fatto che non è vissuto a lungo?


Se è il fatto che è morto: allora avresti dovuto piangere sempre, perché hai sempre saputo che doveva morire.
[19,4] Cogita nullis defunctum malis affici, illa quae nobis inferos faciunt terribiles fabulam esse, nullas imminere mortuis tenebras, nec carcerem, nec flumina igne flagrantia, nec Oblivionem amnem, nec tribunalia et reos et in illa libertate tam laxa ullos iterum tyrannos: luserunt ista poetae et vanis nos agitavere terroribus.
Pensa che il morto non prova alcun male, che sono solo leggende quelle che ci rendono terribile l’aldilà; nessuna tenebra circonda i morti, nessun carcere, nessun fiume di fuoco, nessun fiume dell’Oblio, e non ci sono tribunali, e accusati, e tiranni in quella libertà così completa: sono i poeti che hanno inventato tutto questo e ci hanno spaventato con paure senza senso.
[19,5] Mors dolorum omnium exsolutio est et finis ultra quem mala nostra non exeunt;


quae nos in illam tranquillitatem, in qua antequam nasceremur iacuimus, reponit.


Si mortuorum aliquis miseretur, et non natorum misereatur.


Mors nec bonum nec malum est.


Id enim potest aut bonum aut malum esse, quod aliquid est;


quod vero ipsum nihil est et omnia in nihilum redigit, nullis nos fortunae tradit:


mala enim bonaque circa aliquam versantur materiam.


Non potest id fortuna tenere, quod natura dimisit, nec potest miser esse qui nullus est.
La morte è la liberazione da tutti i dolori, il termine oltre il quale i nostri mali non possono andare;


essa ci riporta alla tranquillità, in cui eravamo prima di nascere.


Se si ha compassione dei morti si deve aver compassione anche di chi non è nato.


La morte non è né un bene né un male.


Infatti può essere bene o male solo ciò che è qualcosa;


ma ciò che non è nulla in sé, e tutto riduce al nulla, non può procurarci nessuna conseguenza:


i mali e i beni operano su una materia.


La sorte non può dominare su ciò che sfugge alla natura, e non può essere infelice chi non esiste.
[19,6] Excessit filius tuus terminos intra quos servitus, excepit illum magna et aeterna pax.


Non paupertatis metu, non divitiarum cura, non libidinis per voluptatem animos corrumpentis stimulis incessitur;


non invidia felicitatis alienae tangitur, non suae premitur;


ne conviciis quidem ullis verecundae aures verberantur.


Nulla publica clades prospicitur, nulla privata.


Non sollicitus futuri pendet ex eventu semper incertiora spondente.


Tandem ibi constitit, unde nihil eum pellat, ubi nihil terreat.
Tuo figlio ha oltrepassato i limiti entro cui si esercità la servitù, una pace grande e eterna lo ha accolto.


Non è più tormentato dal timore della povertà, dalla preoccupazione della ricchezza, dagli stimoli della passione che, col piacere, rovina l’animo;


non è più tocco dall’invidia per la fortuna altrui, né soffocato da quella per la propria;


le sue caste orecchie non sono più colpite da insolenze.


Non vede catastrofi pubbliche o private.


Non è più preoccupato del futuro, legato a un risultato che promette cose sempre più incerte.


Infine è in una posizione, da cui nulla può scacciarlo e dove nulla lo può spaventare.